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Morire d’amore, no!

di Michaela Sbarra e Anca Mihaela Ardelean

Palloncini a forma di cuore, rose, cioccolatini, peluche, cene a lume di candela o romantiche fughe d’amore; con l’approssimarsi della festività di S. Valentino, molti innamorati sono alla fervente ricerca del dono più appropriato per testimoniare i propri sentimenti al partner.

Ma cosa significa essere innamorati nella società contemporanea? Quando l’amore ci esalta e ci arricchisce, e quando invece ci depriva e ci avvilisce?

Secondo Giddens “L’amore cresce soltanto nella misura in cui aumenta il grado di intimità e ciascuno dei partner appare disponibile, non solo a rivelare all’altro le proprie preoccupazioni ed i propri bisogni, ma anche ad essere vulnerabile nei suoi confronti” (Giddens,1995, p.72).

Sternberg aggiunge all’intimità, altre due componenti, per la costruzione di quello che chiama “l’amore perfetto”. Si tratta della passione, ovvero l’intenso desiderio di unirsi all’altra persona, e dell’impegno, ossia la scelta e la volontà di far durare una relazione attraverso una decisione presa congiuntamente (Giusti, Bianchi, 2012).

Tutto questo, ovviamente, è possibile in un rapporto caratterizzato dalla reciprocità, da un sostanziale equilibrio di poteri, in cui il bilancio dare/avere è pressoché paritario.

Questo scambio equilibrato non sussiste purtroppo all’interno delle relazioni dipendenti: secondo Giusti e Pitrone, in questo contesto, “i partner sono legati da un contratto inconsapevole in base al quale l’uno deve prodigarsi in cure e aiuti inesauribili, senza pretendere nulla in cambio, mentre l’altro deve solo godere delle cure e non far ricorso alle proprie forze” (Giusti, Pitrone, 2004, p.47).

Una profonda mancanza di autostima condanna infatti i dipendenti affettivi a cercare sempre di compiacere l’altro, fino ad arrivare ad un vero e proprio annullamento di sé, ad una “morte della propria individualità”.

Il desiderio spasmodico di dimostrare di essere abbastanza coincide in realtà con un tentativo inconscio di manipolare il partner, di diventare insostituibile per lui/lei; l’intento è quello di tenerlo/a legato/a in modo indissolubile, attraverso attenzioni, abnegazione e sacrifici che nascondono in realtà intenzioni ben poco altruistiche.

Da dove origina questo esasperato timore della perdita?

Gli stessi autori danno risposta al nostro quesito: “La mancanza di fiducia in se stessi, l’abbiamo già detto, non può che esercitare un influsso profondamente negativo sulle relazioni e sulla vita di coppia [...] l’insicurezza ha radici lontane, che risalgono all’infanzia, al rapporto con i genitori: il meccanismo che è alla base spesso è la paura dell’abbandono, della separazione, della solitudine" (Giusti, Bianchi, 2012, pg 186).

In altri termini, da adulti si tende a riproporre quei legami che somigliano nella loro struttura, a quelli di cui si è fatta esperienza da piccolo (Attili, 2004).

Ma è possibile per un dipendente affettivo operare un riapprendimento relazionale per poter godere delle gioie dell’amore “sano”?

La risposta è sì: ci si può avvalere di diversi strumenti riparativi per compiere un’evoluzione personale in grado di assicurarci la capacità di amare in modo funzionale; l’assunto di base è lo sviluppo della reale convinzione di meritare amore, di poter destare naturalmente l’interesse dell’altro (senza dover “strafare”).         

Questo nuovo convincimento sarà sufficiente a contrastare l’insorgere di possibili fantasmi abbandonici (che inevitabilmente, talvolta, si riaffacceranno perché insiti nel nostro imprinting originario).

Attraverso la frequenza di un gruppo di autoiuto, per esempio, è possibile acquisire una consapevolezza rispetto a quei comportamenti automatici che si mettono in atto per tenere legato il proprio partner ad ogni costo, o per controllarlo e sedare in tal modo la propria ansia.

È possibile, allo stesso tempo, grazie alla condivisione con gli altri,  sviluppare un amore di sé che porterà ad accettare il proprio bisogno di dipendenza (derivante da quello non pienamente appagato durate l’infanzia), un’accettazione propedeutica al futuro cambiamento.

All’interno di G.A.D.A. (Gruppo Autoiuto Dipendenza Affettiva), incontro dopo incontro, osserviamo i passi di chi, coraggiosamente, percorre questa strada, alla ricerca di un nuovo modo di amare, con la speranza di poter dire un giorno: io amo da morire, ma non morirò più d’amore!

Dove e quando

Gli incontri del gruppo G.A.D.A si tengono due mercoledì al mese dalle 20.30 alle 22.30, presso Viale Leonardo Da Vinci, 309.

Informazioni e contatti

Per informazioni e contatti è possibile telefonare al 347 3180872 o inviare un’e-mail a: gadabis@gmail.com o visitare il blog: http://dipendenzaffettivaroma.blogspot.com/

Bibliografia

Attili G., (2004), Attaccamento e amore, Bologna, Il Mulino.

Giddens A., (1995),  La trasformazione dell’intimità, Bologna, il Mulino.

Giusti E., Bianchi E., (2012), Evolvere rimanendo insieme, Roma, Sovera.

Giusti E., Pitrone A., (2004), Essere insieme, Roma, Sovera.

Note sulle autrici

Michela Sbarra

Laureata in Lettere moderne, giornalista pubblicista e counselor ad approccio umanistico integrato, vive e svolge la sua attività professionale a Roma, dove tiene incontri di counseling individuale e di gruppo. E' co-fondatrice ed helper del gruppo di autoaiuto sulla dipendenza affettiva G.A.D.A.

Anca Mihaela Ardelean

Fotografa e Counselor ad approccio umanistico integrato. Co-fondatrice ed helper del gruppo di autoaiuto sulla dipendenza affettiva G.A.D.A. Svolge attività privata come counselor individuale e di gruppo, avvalendosi delle tecniche audiovisive. Da agosto 2012 si dedica, assieme ad alcuni colleghi, alla promozione del counseling attraverso degli aperitivi tematici.

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Commenti

Sppri Milano Ha scritto 07 Marzo 2013 alle ore 00:00:10

Interessante articolo. Complimenti.

Michaela e Anca Ha scritto 07 Marzo 2013 alle ore 13:25:58

Grazie mille!


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