a cura di Melania Gabriele
Quella che solitamente in Italia chiamiamo Festa della Donna è, in realtà, la Giornata Internazionale della Donna e si celebra dal 1909.
Perché è importante fare questa distinzione?
Siamo per lo più abituati a pensare a questa giornata come, appunto, ad una festa: una giornata dedicata alla donna col fine di celebrarla, farla sentire importante, vederla fuori a festeggiare con le amiche e omaggiarla con delle mimose. Poi, come ogni festa, il giorno dopo tutto torna come prima.
Tuttavia, la scelta di istituire questa Giornata ha una sua storia e un senso ben preciso.
Nell’immaginario collettivo vi è l’idea che l’impulso all’istituzione della giornata della donna sia nato a seguito di un drammatico incendio che, nel marzo del 1911, distrusse una fabbrica a New York causando la morte di più di cento di donne e di una ventina di uomini.
La realtà è invece un’altra ed è molto diversa:
La scelta di istituire questa giornata deriva, quindi, dalla presa di consapevolezza della donna di non essere trattata equamente e dignitosamente e dalla scelta di farsi agente di cambiamento di una condizione non più tollerabile. Il rimando all’incendio come origine dell’8 marzo ha invece contribuito a rafforzare lo stereotipo della donna come vittima invece che come attiva protagonista della vita sociale e politica.
Nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni, siamo ancora molto lontane dal poter dire che l’uguaglianza dei generi sia stata pienamente raggiunta. Ogni giorno assistiamo ad una gamma di situazioni che vanno dalla disparità/discriminazione fino alla vera e propria violazione dei diritti della donna. Quelle che seguono sono solo alcune informazioni che riguardano un tema molto più complesso da analizzare, affrontare e gestire.
Sebbene il 2020 sia stato un anno difficile per tutti, una delle ineguaglianze – tra le molte altre – messa in evidenza dalla pandemia è stata proprio quella fra donne e uomini. Un aspetto importante riguarda come la pandemia abbia fortificato gli stereotipi che sembravano essere sulla via dello scardinamento, riportando da un giorno all’altro le donne a casa. Inoltre, i provvedimenti adottati per frenare la diffusione del virus hanno portato le donne a dover gestire un sovraccarico di lavoro (familiare e professionale) senza precedenti. Con la chiusura delle scuole tante donne e mamme sono state catapultate nella gestione contemporanea di lavoro e figli; questa condizione è valsa sia per le donne che hanno dovuto garantire la presenza nei luoghi di lavoro, sia per quelle che hanno potuto lavorare da casa, dove i compiti di cura della casa e assistenza dei figli impegnati nella didattica a distanza hanno reso la conciliazione un’impresa estenuante e impossibile.
Questo dato emerge da alcune indagini che hanno mostrato come, quella che poteva essere un’occasione per riorganizzare i disequilibri da sempre presenti rispetto alla cura e gestione della casa, ha invece contributo ad aumentare quel divario:
Per quanto riguarda le coppie con figli, il tempo dedicato dai genitori alla loro cura si è così modificato:
Infine, il rapporto Istat pubblicato il 1 Febbraio 2021 mostra come, nel 2020, su 4 posti di lavoro persi 3 sono stati persi da donne, evidenziando ancora una volta come siano state queste ultime ad aver subito (e a subire tuttora) in modo prevalente gli effetti sociali ed economici della crisi innescata dalla pandemia.
Fin dall’Ottocento (sia in Italia che altrove), le donne hanno guadagnato sistematicamente meno di un uomo. Per esempio, un’operaia che facesse un lavoro specializzato in una fabbrica tessile, prendeva generalmente il 40-50% in meno degli operai maschi. Come riportato da UN Women, anche se si è andata riducendo nel corso del tempo, questa enorme disparità salariale continua a rimanere solidamente presente, con un divario del 23% tra donne e uomini a livello globale. Ci si riferisce a questo rapporto diseguale con il termine gender pay gap proprio per indicare la differenza che corre, a parità di mansione, fra lo stipendio di un uomo e quello di una donna.
Nel Report del Ministero della Salute del 25 Novembre 2020 possiamo leggere che:
Tutto ciò significa che, nell’anno in cui più di ogni altra cosa ci è stato chiesto di restare in casa per proteggere noi stessi e gli altri, questo per molte donne e bambini si è tradotto in un maggior rischio di subire violenze di genere.
Non credo ci sia una risposta univoca a questa domanda, per quanto il cammino sia ancora lungo e difficile, ci sono anche molte e diverse cose che è possibile fare. Penso sia compito di ognuno di noi, uomini e donne, scegliere quella che meglio riflette la propria personalità, la propria indole e il grado di impegno che può o vuole dare e iniziare a farlo.
Uno spunto potrebbe essere quello di iniziare ad interrogarci prima e allontanarci poi dagli stereotipi che ogni giorno rischiano di guidarci: quando pensiamo alle frasi da dire alle bambine e ai bambini, o ai giochi da regalare loro o, ancora ai comportamenti che gli chiediamo di mantenere, che messaggi inviamo? Se regaliamo alle bambine solo bambole da accudire e pentole per cucinare, se richiediamo loro di non essere aggressive, di fare le brave, di non comportarsi da maschio, di non ribellarsi, le stiamo anche educando a restringere il campo delle loro possibilità. Come posso, io bambina, sognarmi astronauta, ingegnere o pilota se non posso nemmeno avere un gioco di questo tipo? E come posso, io donna, sentirmi capace di parlare ad un pubblico vasto di persone, se mi è sempre stato detto di fare la brava, di abbassare la voce, che non sono abbastanza forte, che devo essere protetta?
Un altro esempio è quello della compagnia di attori che ha organizzato il flash mob Uomini in scarpe rosse contro la violenza sulle donne (iniziativa che si è poi rapidamente diffusa anche in altre zone d’Italia). Un’idea tanto semplice quanto forte quella di uomini che parlano agli altri uomini col fine di smuoverne le coscienze, per contribuire a cambiare la cultura e l'educazione maschile. Manifestazioni di questo tipo rappresentano la volontà di far sentire la propria voce e le proprie opinioni nella vita di tutti i giorni: in famiglia come con gli amici, sul posto di lavoro o con i propri conoscenti. La necessità è quella di favorire il delinearsi di una società che rispetti e valorizzi le diversità, che si discosti da pregiudizi e stereotipi e collabori alla costruzione di una realtà migliore e più sana per tutti.
Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso
sei un granello di colpa
anche agli occhi di Dio
malgrado le tue sante guerre
per l’emancipazione.
Spaccarono la tua bellezza
e rimane uno scheletro d’amore
che però grida ancora vendetta
e soltanto tu riesci
ancora a piangere,
poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
poi ti volti e non sai ancora dire
e taci meravigliata
e allora diventi grande come la terra
e innalzi il tuo canto d’amore.
A. Merini – A tutte le donne
Melania Gabriele. Psicologa Psicoterapeuta ad orientamento Pluralistico Integrato formata presso la Scuola di Specializzazione ASPIC. Svolgo attività clinica e di promozione del benessere psicologico, interventi psicologici rivolti ad adulti e adolescenti. Esperta in tematiche LGBT+
Pubblicato il 06/03/2021 alle ore 12:29
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