a cura di Angela Santoro
Sono sempre di più nelle nostre scuole i bambini a cui viene diagnosticato un Disturbo Specifico dell’Apprendimento (DSA). A cosa è dovuto l’aumento di diagnosi sui DSA? Aumentano le conoscenze nell’ambito dell’apprendimento della lettura, scrittura e calcolo o aumenta il numero dei “professionisti” che emettono queste diagnosi?
Vengono creati sempre più istituti che propongono formazioni specifiche sui DSA (corsi, master, seminari etc). Si tratta di un aumento delle conoscenze in merito ai processi di apprendimento o di un negozio?
Dal fatto quotidiano, leggiamo: “li hanno scoperti improvvisamente come se fossero sbarcati sulla Terra dal pianeta Marte. Sono i Dsa, i ragazzi con un disturbo specifico dell’apprendimento”. (Fonte: www.ilfattoquotidiano.it).
Il boom richiede competenze agli insegnanti, e alle famiglie un investimento economico ed emotivo non indifferente!
Procediamo per ordine e cerchiamo di chiarire che cosa si intende per DSA. Per DSA si intendono i Disturbi Specifici di Apprendimento, disordini che si manifestano tramite specifiche difficoltà relative alle abilità quali la lettura, la scrittura e il calcolo.
I DSA vengono definiti specifici perché riguardano uno specifico dominio di abilità. Fondamentale è la discrepanza tra l’abilità nel dominio specifico (deficitaria rispetto alle attese dell’età e/o classe frequentata) e l’intelligenza generale (adeguata per l’età cronologica).
Una volta avvenuto il processo diagnostico, la scuola di ogni grado ha il compito di mettere in atto una didattica personalizzata con l’obiettivo di accompagnare e guidare lo studente nel processo di apprendimento.
Dal 2010, gli studenti con DSA, sono tutelati dalla legge n. 170.
L’Art. 1 della suddetta legge, specifica“la dislessia, la disgrafia, la disortografia e la discalculia sono disturbi specifici di apprendimento, di seguito denominati «DSA», che si manifestano in presenza di capacità cognitive adeguate, in assenza di patologie neurologiche e di deficit sensoriali, ma possono costituire una limitazione importante per alcune attività della vita quotidiana”.
Con la promulgazione della legge, i DSA sono aumentati, ma il rischio delle diagnosi errate e la rilevazione di falsi positivi è dietro l’angolo!
Secondo le statistiche del MIUR, in Italia ci sarebbero 185 290 alunni con DSA, di cui 108.844 alunni con disturbi di dislessia, 38.028 di disgrafia, 46.979 di disortografia e 41.819 di discalculia. Saranno dati reali, o in mezzo a questi numeri possiamo trovare anche dei falsi positivi?
In primo luogo, la scuola è il luogo dove normalmente emergono i primi problemi relativi ai disturbi specifici dell’apprendimento. Una volta rilevata la difficoltà, l’insegnante opportunamente “qualificato e formato sui DSA” (come stabilisce la legge), le comunica al referente scolastico dei DSA e alla famiglia. La famiglia così richede una valutazione/diagnosi presso un ente certificato o presso la ASL di competenza.
Vediamo quali sono i rischi metodologici connessi alla diagnosi?
In primo luogo bisogna accertasi della formazione specifica del clinico a cui ci rivolgiamo, che dovrebbe sempre considerare l’apporto di altre figure specializzate (neuropsichiatri infantili, specialisti in audiologia e foniatria esperti per l’età evolutiva, psicologi, logopedisti). Le diagnosi multidisciplinari sono quelle meno a rischio di individuare dei falsi positivi.
Il buon diagnosta deve in primo luogo seguire una serie di azioni per poter giungere ad una diagnosi finale. Vediamo quali sono queste azioni:
A queste azioni, andrebbe aggiunta una valutazione di controllo che permette una discriminazione maggiore dei falsi positivi.
Bisogna che lo specialista accerti in prima istanza eventuali deficit fisici/sensoriali e che consideri anche altri fattori di esclusione, tra questi è il caso di annoverare: il ritardo mentale, lo svantaggio sociale, culturale ed economico ed eventuali disturbi emotivi. Si raccomanda un’anamnesi accurata che tenga conto anche dei fattori di rischio connessi ai DSA.
Una volta prestato attenzione ai fattori di esclusione, bisogna considerare i criteri di inclusione stabiliti dall’ICD10 e dalle linee guida per la pratica sui disturbi dell’ apprendimento.
La diagnosi deve fare riferimento ai criteri di classificazione ICD10 esplicitando i codici diagnostici come di seguito:
Fondamentale risulta la verifica dei parametri relativi all’innatività, alla resistenza all’intervento e la resistenza all’automatizzazione. La valutazione di questi parametri ci consente di poter discriminare le difficoltà dal disturbo specifico.
La diagnosi di dislessia, disortografia e disgrafia può essere fatta alla fine della seconda elementare, mentre quella di discalculia alla fine della terza elementare. È necessario che sia terminato il processo di insegnamento delle abilità di lettura, scrittura e calcolo, per poter dare una diagnosi certa. Anche un’anticipazione eccessiva potrebbe aumentare significativamente la rilevazione dei falsi positivi.
Seppur riconoscendo l’esistenza dei DSA, si ritiene opportuno adottare delle misure diagnostiche efficaci ed integrali, considerato che in molti casi le segnalazioni effettuate fanno riferimento a falsi positivi.
Angela Santoro, classe 1984, psicologa del benessere nel corso di vita presso la Sapienza di Roma e abilitata all’esercizio della professione, sta svolgendo attualmente una specializzazione sui Disturbi specifici dell’apprendimento. Dopo aver conseguito la laurea ha iniziato ad occuparsi di progetti nell’ambito sociale ed educativo. Da vari anni risiede in SudAmerica dove ha lavorato per Ong locali, svolgendo varie attività come progettista, fundraiser, formatrice di gruppi tecnici e psicologa di comunità.
Per partecipare ai gruppi di lavoro o per poter usufruire dei servizi dell'Associazione è possibile scrivere a [email protected] oppure chiamare il numero 3274619868.
Pubblicato il 31/10/2017 alle ore 14:52
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