Chemioterapia in gravidanza

I figli di 70 donne sottoposte a chemioterapia durante la gravidanza stanno crescendo e sviluppando al pari degli altri bambini, senza andare incontro a danni cardiologici, neurologici o cognitivi. Sono questi i risultati evidenziati da una serie di studi iniziati nel 2005 e recentemente pubblicati dal Lancet Oncology Journal (Amant et al., 2012).

La notizia è stata diffusa da diverse testate nazionali ed è rimbalzata in Internet su siti e blog. L’entusiasmo è giustificato: secondo Amant e collaboratori, autori degli studi, sembra che le donne incinte che sviluppano un tumore non debbano necessariamente abortire, né rinviare la cura, né partorire prima del tempo. Contemporaneamente la cautela è d’obbligo: la possibilità di somministrare la chemioterapia a partire dalle 14 settimane di gestazione prevede particolari attenzione alla cura prenatale e, soprattutto, l’indicazione di trattamento per quella particolare paziente in quella particolare situazione. Una valutazione medica del caso individuale, infatti, è sempre necessaria.

La diagnosi durante la gravidanza

Nell’articolo Chemioterapia in gravidanza, nessun danno al bambino, Vera Martinella della Fondazione Veronesi riporta che la diagnosi di cancro complica circa una gravidanza su mille. In questi casi, il conflitto che si crea tra il benessere della madre e quello del feto può incidere pesantemente sulla scelta del trattamento da effettuare.

Gli effetti dei trattamenti

E’ noto che la chemioterapia nel primo trimestre di gestazione è associata ad un alto tasso di malformazioni (fino al 20%). Contemporaneamente, continua nell’articolo Lucia Del Mastro, responsabile dell’unità Sviluppo Terapie Innovative dell’Istituto tumori di Genova, i dati che si stanno raccogliendo in questi anni sembrano indicare che l’esposizione alla chemioterapia dopo il primo trimestre di gravidanza, quando la formazione degli organi nel feto è completata, non incrementa l’incidenza di malformazioni congenite rispetto alla popolazione generale, quindi è diventata pratica accettata.

I risultati dei test utilizzati negli studi di Amant e collaboratori hanno inoltre evidenziato uno sviluppo pari a quello della popolazione generale anche dal punto di vista neurologico, cognitivo e cardiaco. Ai test sono stati sottoposti 70 figli di donne che avevano ricevuto una diagnosi di tumore alla 18esima settimana di gestazione (in media). I soggetti erano d’età compresa fra 18 mesi e i 18 anni ed erano nati in media alla 36esima settimana. Alterazioni dello sviluppo cognitivo sembrano state per lo più osservate nei nati prematuri, spesso -nota Del Mastro- a causa dell’indicazione ad indurre un parto prematuro per poter proseguire o iniziare un trattamento chemioterapico alla madre.

Le possibilità aperte

Secondo Amant e collaboratori, dunque, la decisione di somministrare la chemioterapia a partire dalle 14 settimane di gestazione, dovrebbe seguire le stesse linee guida applicate alle pazienti non in stato di gravidanza, prestando particolari attenzione alla cura prenatale. Sembra quindi non essere giustificata la pratica di ritardare la chemio o di indurre un parto prematuro per poi iniziare le cure con lo scopo di evitare danni al feto.

Sono comunque necessarie ulteriori conferme ai risultati rilevati, utilizzando un maggior numero di casi, verifiche più prolungate nel tempo e distinguendo tra i diversi farmaci utilizzati. E’ pertanto opportuno che le pazienti si affidino ad una struttura specializzata, che abbia maturato esperienza nel trattamento del tumore in gravidanza e che sia anche in grado di offrire un adeguato monitoraggio ostetrico-ginecologico.

Pubblicato il 10/05/2012 alle ore 17:09

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