Festa della mamma

Domenica 10 maggio si celebrerà la festa della mamma, una ricorrenza che, in Italia, cade ogni seconda domenica di maggio.

Cogliamo l’occasione per presentarvi le riflessioni sul rapporto tra counselling e maternità  proposte da due counsellor statunitensi: Sondra Medina e Sandy Magnuson. Le due autrici hanno recentemente pubblicato un articolo dal titolo Motherhood in the 21st Century: Implications for Counselors (La maternità nel 21° secolo: implicazioni per i Counsellor) sulle pagine del Journal of Counseling & Development.

Nell’articolo si denuncia una mancanza di attenzione riguardo al significato dell'esser madre da parte dei professionisti della relazione d’aiuto. Benché si ponga molta attenzione alle madri come partner e caregiver, poca è l’attenzione che si presta alle madri come persone e agenti di cambiamento per se stesse e per i loro cari.

Chi è la mamma?

Le definizioni di madre sono molte e possono variare da cultura a cultura. Arendell (2000) definisce la madre come la persona che porta avanti i compiti relazionali e logistici per la crescita dei bambini. Anche Forcey (1994) guarda alla maternità come ad una costruzione sociale, che consiste in un insieme di attività e relazioni dedicate al prendersi cura delle persone. In questo senso, l’esser madre non è definito in base al genere o al legame biologico, ma ad una funzione. La mamma è la persona che “si prende cura di”.

Totalmente madri

Sondra Medina e Sandy Magnuson sostengono che le madri subiscono, da parte della società, una forte domanda ad essere “totalmente madri”. Si trovano, cioè, a dover affrontare la conflittualità tra l’essere madri perfette e contemporaneamente donne, mogli e lavoratrici con dei bisogni propri.

Spesso, la funzione di prendersi cura delle persone, tipica dell'esser madre, prende il sopravvento sull’occuparsi di se stessi, scatenando rabbia e frustrazione. Il non conformarsi alla domanda sociale di essere “totalmente madre”, però, può generare angoscia e senso di colpa.

Implicazioni per i professionisti

I counsellor e i professionisti della salute devono essere consapevoli di queste dinamiche psicosociali, quando lavorano con una madre. Conoscere la domanda sociale dell'esser totalmente madre, permette di comprendere pienamente il conflitto in cui si trovano molte mamme.

Contemporaneamente, i consulenti devono essere consapevoli dei propri pregiudizi e delle proprie aspettative riguardo al ruolo di madre. La consapevolezza delle proprie credenze e della propria idea di "buona madre" è necessaria per evitare di imporre i propri valori alle clienti.

Gli effetti del pregiudizio

Gilbert and Rader (2001) suggeriscono tre aree in cui counsellor e psicologi possono lasciar interferire i propri pregiudizi e le proprie credenze con il trattamento del cliente. Due di queste sono da tenere in grande considerazione quando si lavora con una madre:

  • Avere un’idea stereotipica delle attività del cliente (nel nostro caso, del ruolo di madre). Ad esempio, il consulente potrebbe condividere l’idea della “madre totale” e lasciarsi guidare da questa credenza profonda durante l’intervento.
  • Credere ai luoghi comuni sulle differenze di genere. Ad esempio, il consulente può pensare che le donne siano più competenti nelle relazioni piuttosto che nel lavoro, quindi farsi guidare da questa idea senza considerare le specificità del proprio cliente. In questo modo, potrebbe interferire con i propri valori trovandosi ad affrontare il conflitto di una persona contemporaneamente "madre" e "lavoratrice".

Di’ la tua

Essere madri nel 21° secolo vuol dire essere divise tra le proprie necessità e l’ideale della “madre totale”? Discutine sul forum ASPICommunity.

Pubblicato il 08/05/2009 alle ore 07:00

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