Aspic Psicologia per il 25 Novembre, Giornata Internazionale di lotta alla violenza contro le donne

Nella Giornata Internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, Aspic Psicologia propone l’intervista che la nostra socia Elisabetta Gallotta ha rilasciato alla giornalista Barbara Autuori, autrice del dossier sulla violenza di genere apparso questo mese sulla rivista dei soci Coop Nuovo Consumo.

Il dossier comprende altri interessanti contributi come l'intervista ad Antonella Faieta vice presidente dell'associazione Telefono Rosa. 

Elisabetta Gallotta è operatrice del Centro d'Ascolto Psicologico di Aspic Psicologia e referente per l’area Violenza e per lo Sportello di Ascolto Anti violenza/Anti Stalking di Aspic presso l’VIII Municipio di Roma

L'articolo: Spirale di Violenza

Scarica l'articolo Spirale di Violenza che contiene l'intervista di Elisabetta Gallotta (formato PDF).

copertina pagina intera

L'intervista integrale

Giornalista (G.): Barbara Autuori - Intervistata (I.): dr.ssa Elisabetta Gallotta

G.: Quali sono i meccanismi psicologici più comuni che impediscono ad una donna di riconoscere e ribellarsi a varie forme di violenza?

I.: I meccanismi che fanno “scivolare” una donna nella violenza sono gli stessi che ne rendono difficile l’uscita: sono la gradualità, la ciclicità e l’isolamento. La violenza infatti non inizia con un pugno in faccia, chiunque scapperebbe di fronte a questo; inizia con i maltrattamenti psicologici, per passare poi alla violenza fisica e sessuale per arrivare allo stalking quando si separano e a volte al femminicidio. Quindi il passaggio è progressivo e si svolge nel tempo. Intenzionalmente, all’inizio della relazione il maltrattante mette in atto violenze di tipo emotivo e psicologico, meno evidenti e più subdole che gli consentono di far “scivolare” appunto la donna in forme sempre più gravi e persistenti di violenza.

Prima ci sono le tante attenzioni, la possessività maniacale, le richieste di cambiare il proprio aspetto fisico per compiacere il partner (“non vestirti così” o “vestiti così perché mi piace”, “non tagliarti i capelli”); poi si passa alle critiche, alle offese, a controllare cosa fa e dove va, all’impedirle di avere contatti con l’esterno, con i parenti, i colleghi, gli amici. Tutto questo si verifica all’inizio della relazione e per tutto il tempo in cui dura; quando a queste prime forme di violenza, si aggiunge la violenza fisica e quella sessuale, i maltrattamenti psicologici continuano e salgono di livello rispetto alla gravità.

Il secondo elemento è la ciclicità. La violenza ha un andamento ciclico nel senso che inizia ogni volta con micro violenze, rimproveri, intimidazioni fino ad arrivare all’apice con l’aggressione fisica e poi compare la “riappacificazione”. L’uomo fa di tutto per farsi perdonare, per “risalire” per usare l’espressione di un uomo maltrattante. Promette che non lo rifarà e così il ciclo può riiniziare.

Il terzo elemento cruciale è l’isolamento. La donna viene mantenuta in una condizione di isolamento dal maltrattante, in più è confusa, paranoica, ha continui flashback della violenza subita, incubi notturni e disturbi del sonno. Sperimenta anche una “paralisi psicologica” che colpisce non solo la memoria, i pensieri ma proprio la capacità di agire, di prendere un’iniziativa. Quindi anche gli effetti psicologici sulla donna della dinamica violenta hanno un peso importante sul decorso di questa.

G.: In questo senso esistono forme di violenza più subdole e meno facilmente identificabili di altre, come per esempio la violenza psicologica o economica rispetto a quella fisica?

I.: È proprio così, la violenza psicologica è meno eclatante di quella fisica ma ha un grande potere distruttivo perché può arrivare ad annientare la donna che perde autostima e il senso di essere efficace. Quindi prepara l’entrata nella spirale della violenza e ne garantisce il permanere nel tempo perché rende molto difficile proprio la reazione. Rientrano nella violenza psicologica il criticare la donna, dirle che è una cattiva madre, offenderla, dirle che è stupida, che è brutta, considerarla responsabile delle difficoltà dei figli, fare leva sulle debolezze per farla sentire inadeguata, minacciarla, criticare i suoi comportamenti e la sua visione del mondo. La violenza economica contribuisce anch’essa all’annientamento e la ritroviamo in ogni forma di privazione, sfruttamento o controllo che tende a produrre dipendenza economica o ad imporre impegni economici non voluti. È violenza economica impedire ad una donna di lavorare, obbligarla a lasciare il lavoro, controllarne l’estratto conto, sottrarre il bancomat, obbligarla a versare il proprio stipendio sul conto corrente dell’uomo, sfruttarla come forza lavoro nell’azienda di famiglia senza che percepisca uno stipendio.Ma anche non adempiere ai doveri di mantenimento stabiliti dalla legge anche nei confronti dei figli nel caso di separazione o divorzio.

G.: Che ricadute ha sui figli la violenza assistita? C’è differenza tra maschi e femmine?

I.: Le ricadute sono indubbiamente importanti anzi direi devastanti. Vivere con un padre violento è di per sé una forma di maltrattamento anche se la violenza non viene agita direttamente sul bambino. La violenza assistita ha effetti sui figli sia a breve che a lungo termine. Porta ad agitazione, ansia, difficoltà di concentrazione, isolamento, depressione.

G.: Qual è il primo passo per uscire da spirali di violenza spesso percepite da molte donne come ineluttabili e infinite?

I.:  La donna che subisce violenza deve riuscire ad intravedere una possibilità di uscita dalla spirale in cui è immersa. Qualcosa deve rompere l’isolamento affinché la donna possa sentire di potercela fare e/o di non poter sopportare più oltre. Così può iniziare il percorso di uscita dalla violenza con la prima richiesta di aiuto. E qui ci sono i centri o gli sportelli specializzati anti violenza presenti sul territorio che fanno un lavoro straordinario e il numero nazionale anti violenza 1522.

Mi sembra importante comunque sottolineare cosa ciascuno di noi può fare contro la violenza sulle donne; innanzi tutto è necessario guardarla in faccia la violenza, non negarla o sotto valutarla relegandola ad esempio a certe categorie di donne o di uomini. Si tratta di un fenomeno trasversale che colpisce donne di qualsiasi strato sociale, economico e culturale. Quindi ciascuno di noi può alzare le proprie antenne sul fenomeno e nell’incontro con una donna che subisce violenza, offrire ascolto e soprattutto crederle; non giudicare, non minimizzare, non offrire facili soluzioni. Quello che possiamo fare è ascoltare e accompagnare, quando è il momento, la donna in un centro anti violenza.

Pubblicato il 17/11/2020 alle ore 18:16

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