Attacchi di panico

di Lino Fusco.

Abstract: La fenomenologia dell’esperienza di panico è una metafora del malessere esistenziale e relazionale della persona. Il panicato si sente debole e incapace in un mondo minaccioso dove vive peraltro l’impossibilità di una rassicurazione. Il trattamento del panico è la cura dell’esperienza soggettiva che prende forma nel mal-essere relazionale. La persona amplia il suo repertorio comportamentale per creare relazioni più sane e dare forma ad un nuovo progetto di sé.

Keywords: mal-essere, metafora esistenziale, prendersi cura, Ombra, respons-abilità.



Negli ultimi due decenni gli attacchi di panico sono diventati manifestazioni estremamente diffuse a livello sociale, a volte sembrano essere “espressioni” alla moda; è diffusa una sorta di patologia della diagnosi. Dell’autodiagnosi. Della diagnosi sociale. È frequente ormai sentire l’espressione “soffro (o soffre) di attacchi di panico”, quasi come prendersi un raffreddore. Per gli addetti ai lavori “psi” ovviamente sono fondamentali alcune distinzioni, meno presenti a livello sociale, prima di tutto distinguere l’esperienza dell’ansia da quella del panico, l’attacco di panico dal disturbo di panico, il panico dall’agorafobia molto spesso ad esso associata. Esiste del resto una fenomenologia dell’esperienza panico estremamente variegata in ogni soggettività unica e irripetibile.

Ogni approccio terapeutico ha un suo modo di concepire e affrontare il panico, più o meno condiviso e integrabile con altri approcci. La ricerca scientifica va nella direzione di validare maggiormente alcuni approcci (cognitivo-comportamentale, strategico breve, integrazione della farmacoterapia) focalizzati primariamente sulla risoluzione sintomatica del quadro patologico individuale, anche se poi in questi “casi risolti” sono frequenti “spostamenti” dell’area della sofferenza psicopatologica e relazionale, per cui una persona riduce certi aspetti sintomatici sicuramente invalidanti solo che la sua qualità della vita migliora in minima parte sul piano soggettivo-interpersonale. Allora appaiono più utili altri approcci terapeutici che integrino la riduzione sintomatologica con la possibilità di percorsi di miglioramento a livello esistenziale, relazionale e di qualità della vita globale.

Rappresentazione di sé nel mondo della persona che vive il panico

La persona assediata dal panico ha una visione del mondo come pericoloso e un senso di sé come debole e incapace di affrontare le potenziali esperienze minacciose; focalizza e ingigantisce esperienze e scenari catastrofici immaginati, ha difficoltà a dare la giusta rilevanza alle esperienze che vanno in una direzione contraria al pericolo.

La persona avvolta e stesa dal panico interpreta come gravemente minaccioso per la propria sopravvivenza ogni evento o stimolo in grado di attivare il funzionamento neurovegetativo.

La persona soggetta al panico mantiene un continuo monitoraggio sulle proprie sensazioni fisiche e psichiche e interpreta ogni movimento interno ed esterno come minaccia potenziale.

La persona panicata adotta comportamenti che ricercano rassicurazione e di fatto finiscono per alimentare il vissuto di insicurezza e le credenze di auto-svalutazione e vulnerabilità di fronte a qualcosa di insormontabile. Ogni tentativo di raccogliere fonti di sicurezza esterne finisce per confermare un modello di sé incapace di governare da solo il proprio stato, la propria vita.

Emerge l’impronta dell’attaccamento originario insicuro. Quando il bambino ha sperimentato per la prima volta queste sensazioni? Probabilmente in un tempo non archiviato nella memoria verbale, sicuramente presente nella memoria corporea e implicita, per cui la persona avverte, vive, sperimenta il mondo pericoloso e sé piccolo e incapace.

Chi ha rassicurato quel bimbo da piccolo? Quanto erano sicure e tranquille le sue figure di accudimento? Quanto erano in grado di modulare la paura del bambino e rassicurarlo? Quanto erano capaci quelle figure adulte di rassicurare prima di tutto se stesse? Come potevano funzionare da agenti rassicuranti se non erano sicure e tranquille esse stesse? Quali “decisioni precoci” ha preso quel bimbo sul mondo migliore di stare al mondo? Che forma ha dato a sé nelle sue relazioni? Come ha imparato a governare situazioni e rapporti interpersonali?  

La persona in preda al panico adotta uno stile comportamentale organizzato intorno all’azione ripetuta di evitamento che non garantisce di fatto una sensazione di reale rassicurazione (nucleo centrale dell’ansia patologica rispetto all’ansia “normale” in cui la persona riesce a trovare e utilizzare fonti di rassicurazione) e finisce solo per restringere il proprio spazio vitale ed espressivo mentre la persona progressivamente si riduce a vivere una vita sempre più piena di limiti e angoscia, vuota di soddisfazioni, relazioni, realizzazioni di sé. È il paradosso: l’evitamento offre un beneficio a breve termine (placare l’ansia) che a lungo termine amplifica il circolo vizioso che alimenta l’ansia in quanto la persona non si espone a situazioni che potrebbero rassicurarla.

La persona progressivamente arriva a vivere esperienze emotive sempre più organizzate intorno all’ansia e alla paura, alla ricerca della rassicurazione che non arriva mai. E di conseguenza cominciano ad emergere anche vissuti depressivi, senso di colpa e d’inadeguatezza, limitazioni gradualmente crescenti, insoddisfazioni sempre più frequenti, rapporti che si fanno sempre più tesi: sempre meno comprensione e sempre più distanza degli altri, rabbia reciproca, solitudine.
Tipicamente il panicato manifesta un certo grado di incapacità ad accogliere e interpretare le proprie emozioni e a tradurre le sensazioni legate all’attivazione psicofisiologica delle emozioni. La persona ha difficoltà a riconoscere e a definire adeguatamente le proprie emozioni fino a commettere un errore di significazione: legge l’emozione e i suoi aspetti fisiologici non come segnale del timore che qualcosa accada ma come prova che tale terribile minaccia sia effettivamente già in corso.

Oltre il sintomo. Dal curare al prendersi cura

Un approccio pluralistico integrato offre una lettura simbolico-relazionale sul senso dell’esperienza panico, propone una linea intervento orientata alla patogenesi e alla salutogenesi e traccia un percorso terapeutico specificamente adattato alla caratteristiche soggettive della persona. Un modello di lettura simbolico relazionale esistenziale valido per gli attacchi di panico e più in generale per le forme del nostro mal-essere. L’attacco di panico, così come ansia e depressione, altre etichette diagnostiche di cui si fa un uso “troppo generalizzato e generico”, dagli studi dei medici di base fino all’abuso nei mass media, richiamano gli “psi” ad un atteggiamento di decodifica del messaggio relazionale-esistenziale. Sono segnali del mal-essere di una persona, espressioni del suo modo di condurre la vita di sofferenza, disagio, limitazione e perdita di creatività e vitalità.

L’attivazione fisiologica del sistema nervoso autonomo ha un corrispettivo specifico nella formazione dei sintomi che appartengono all’esperienza (sensazioni soggettive vissute) del panico e questi appaiono fenomeni simbolici rispetto al mondo affettivo e relazionale della persona.

Il messaggio “esistenziale” fondamentale del mal-essere è: “guarda che qualcosa nella tua vita non va, qualcosa nella tua vita va messo in discussione, qualcosa nella tua vita va modificato”.

Il panico segnala ed esprime una crisi del proprio modo abituale di essere, di stare al mondo e nelle relazioni, richiama alla necessità di un superamento di sé, quindi invita a seguire le opportunità che la crisi contiene, gli elementi di “rottura” per “re-impostare” la direzione della propria vita.

Il panico è un richiamo alla propria liberazione: inizialmente può sembrare solo portatore di sofferenza, di fatto offre l’indicazione di una o più strade percorribili verso un rinnovato ben-essere, per uscire fuori da gabbie e prigioni auto-imposte, oltre vecchie norme e forme di sé, oltre vecchi ruoli, oltre vecchi imperativi interiorizzati sul dover essere e dover fare.

I sintomi tipici dell’attacco di panico, come riconosciuti e definiti a livello internazionale, offrono spunti esplorativi ad uno sguardo attento alle dinamiche affettivo-relazionali.

La sensazione generale di chi vive il panico è di un attacco sconvolgente di paura. La paura è l’emozione che sperimenta ogni organismo animale di fronte alla percezione di un pericolo o di una minaccia e prepara ad affrontare quel pericolo allo scopo di favorire la sopravvivenza e l’adattamento. Come tutte le emozioni, la paura è associata all’emergere di un bisogno fondamentale rispetto a cui funziona da segnale per attivare i comportamenti necessari a rispondere a quel bisogno. La paura attiva un bisogno di protezione a cui l’organismo risponde con una reazione di attacco o fuga rispetto al pericolo e con la ricerca di vicinanza ad una figura di attaccamento e protezione.

Da un punto di vista simbolico-relazionale il terapeuta adotta uno sguardo esplorativo sul mondo del paziente, insieme a lui: di cosa ho paura in questo momento della mia vita? Cosa rappresenta una minaccia per me nelle mie relazioni attuali? Quali richieste eccessive sento di dover fronteggiare? Quali relazioni rappresentano un carico di richieste e prestazioni al limite del possibile?

Il livello aumentato di richiesta percepita (richieste altrui e richieste autoimposte) porta l’individuo a alla necessità di farvi fronte; si attiva un accresciuto bisogno di energia, quindi un aumentato apporto di ossigeno garantito da un aumento della frequenza respiratoria: il correlato soggettivo è la sensazione di fame d’aria e di soffocamento. Quali miei spazi vitali sento soffocati attualmente? Quali relazioni sono soffocanti per me oggi? In quali strettoie mi sono messo?

La percezione di pericolo attiva nell’organismo una necessità di “fronteggiare” a cui di fatto non corrisponde una minaccia reale (come poteva esistere per i nostri antenati). Le “sfide” della vita, gli “alti standard relazionali e affettivi” che poniamo a noi stessi richiedono quindi un’attivazione psicofisiologica a cui non corrisponde una reale possibilità di “chiusura della gestalt”: da cosa mi sento pressato? In che cosa sto perdendo l’equilibrio? In che cosa sono disorientato e smarrito?

Le aumentate necessità di ossigeno dell’attacco-fuga attivano il funzionamento del cuore che deve aumentare i carichi di lavoro per pompare il sangue con maggiore frequenza e intensità per garantire un afflusso significativo dell’ossigeno ai distretti corporei interessati al maggior fabbisogno, in particolare i muscoli periferici per essere pronti alla competizione e il cervello per governare adeguatamente il comportamento: il correlato fisiologico di questo lavoro extra del cuore è la sensazione di tachicardia, le palpitazioni. In che cosa e da che cosa mi sento oppresso e costretto? Cosa vorrebbe uscire e non riesce ad uscire? Cosa non mi sto permettendo in questo momento?

Ancora seguendo le vie simboliche indicateci da altri sintomi del panico: in che modo sto perdendo contatto con la realtà? Con la realtà delle piccole grandi cose del quotidiano? In che modo tutto questo sconquassa il mio senso d’identità? In che modo stanno traballando alcune mie certezze? In che modo sono sollecitato a cambiare alcuni miei atteggiamenti fondamentali? Sollecitato da chi? Da quali mie esigenze emergenti? In che modo sto rivisitando o devo rivisitare e quanto voglio rivisitare la gerarchia dei miei bisogni, delle mie priorità, dei miei valori?     
Con chi devo “combattere”? Da chi e da cosa devo “fuggire”? Quanto sto indossando o ho indossato una maschera di efficienza che non corrisponde ad una sensazione interna di sicurezza e solidità? In che modo sto indossando una maschera che non corrisponde ai miei moti interni più autentici e ai miei bisogni più importanti ora? Come sto manipolando le mie relazioni per apparire ciò che non sono?
Cosa non mi va giù? Cosa non riesco a digerire? Cosa mi crea tensione? Da quali pesi sono gravato? Da cosa sono appesantito? Di cosa è necessario che io mi alleggerisca? Cosa devo lasciare  indietro? Cosa devo abbandonare per andare avanti in maniera efficace?

Quali sono i rami secchi che devo togliere dalla mia vita? Relazioni aride? Rapporti stantii? Ripetizioni sterili di situazioni e rapporti?

Cosa sto focalizzando in questo momento della mia vita? A cosa devo prestare veramente attenzione? Cosa mi mette in allarme? In che modo sono focalizzato su esperienze che distolgono la mia attenzione da cose veramente significative per il mio benessere? In che modo devo cambiare e ho paura di cambiare? Quali conflitti assalgono la mia esistenza ora?

In sintesi, di fronte a un pericolo reale, realizzato o incipiente, l’attivazione corporea è necessaria per approntare la risposta che garantisce la sopravvivenza e l’attacco o la fuga rappresentano le naturali azioni di sfogo dell’attivazione fisiologica. Il soggetto tendente al panico, invece, interpreta erroneamente in senso catastrofico le fisiologiche temporanee modificazioni dell’equilibrio psicofisico legate alle necessità di far fronte alle evenienze stressanti della vita, l’attivazione somatica non trova un reale pericolo da fronteggiare e resta bloccata in se stessa fino ad alimentare un circolo vizioso di amplificazione dell’attivazione fisica che sfocia nell’attacco di panico come sfogo necessario e utile per scaricare l’accumulo di energia e attivazione.

Trattamento pluralistico integrato del panico

Nell’approccio pluralistico integrato al mal-essere esistenziale del panico esistono diverse linee evolutive della cura sempre presenti, secondo un alternarsi dinamico figura-sfondo:

  • relazioni di attaccamento e rappresentazioni interne (patogenesi e ri-scrittura del copione esistenziale e relazionale): esperienza emotiva correttiva attraverso cui riparare ferite, ristrutturare nuclei di personalità e integrare la propria complessità esistenziale;
  • cura dei sintomi: integrazione del farmaco, tecniche di respirazione e rilassamento, esposizione graduale alla paura e alle situazioni temute;
  • cura dell’alessitimia e sviluppo dell’intelligenza emotiva;
  • ristrutturazione del dialogo interno e training dell’assertività;
  • approccio motivazionale focalizzato sull’azione: la persona è guidata più direttamente ad agire in maniera diversa dal solito, a modificare concretamente atteggiamenti, comportamenti e stili relazionali, a sperimentare specificamente nuove modalità di comportarsi.

Quest’ultima dimensione del trattamento richiama in particolare ad un approccio fondato sulla salutogenesi: promozione di stili di vita, di relazione e di comportamento maggiormente orientati alla cura di sé; verso la necessità, con cui prima o poi la persona si confronta, di nuovi comportamenti per costruire nuovi scenari relazionali.

Il panico come metafora del restringimento vitale ed espressivo richiama in generale ad un concetto trasversale ad ogni percorso di crescita: quando indossiamo certe maschere le nostre parti in Ombra reclamano soddisfazione. Noi siamo sostanzialmente conflittuali per cui ogni scelta prevede una soddisfazione e un “prezzo da pagare”, parti di noi soddisfatte e parti di noi a cui dobbiamo rinunciare. Queste parti “sacrificate” vanno comunque “curate”, dobbiamo prendercene cura anche perché in un modo o nell’altro, in una forma o nell’altra, con un certo grado d’intensità, più o meno imperioso, reclamano soddisfazione, chiedono di essere riconosciute, guardate, ascoltate, curate.

Infine, se è vero che il messaggio “esistenziale” fondamentale del mal-essere è “guarda che qualcosa nella tua vita non va, va messo in discussione, va modificato”, è, in particolare, vero che questo è un invito diretto alla persona a prendersi cura di sé: a chiedere aiuto e sostegno affinché qualcuno si prenda cura di sé e, al tempo stesso, è un invito alla responsabilità personale di mettere in discussione i propri assetti abituali, ad agire concretamente per modificare certi sentieri comportamentali, relazionali, affettivi.

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Note sull'autore

Lino Fusco è Psicologo, Psicoterapeuta e Formatore nei corsi ASPIC. Svolge prevalentemente attività clinica individuale, conduce gruppi terapeutici in co-agevolazione, seminari e gruppi di crescita e di addestramento esperienziale e motivazionale. Per un decennio ha lavorato nei progetti terapeutici della cooperativa GNOSIS di Roma che prevedono un intervento comunitario residenziale in persone con gravi disturbi psichici. Insieme a E. Giusti ha pubblicato “Uomini: psicologia e psicoterapia della maschilità” (Sovera, 2002). 

Pubblicato il 08/02/2011 alle ore 11:50

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