Gli psicologi sui Social Network

Lehavot K., Barnett J. E., Powers D. (2010). Psychotherapy, Professional Relationships, and Ethical Considerations in the MySpace Generation. Professional Psychology: Research and Practice, 41(2), 160–166.

Recensione a cura di Florinda Barbuto e Alessia D'Acunti.

 

L'uso pervasivo delle tecnologie informatiche ha creato nuovi dilemmi etici per gli psicologi e gli psicoterapeuti. In particolare, i Social Network ed i Blog hanno scatenato una controversia sull'influenza che la condivisione delle proprie informazioni personali sui siti Web potrebbe avere sulle proprie relazioni professionali (Barnett, 2008a).

In una recente ricerca, Keren Lehavot, Jeffrey Barnett e David Powers (2010) si sono occupati di questo argomento, rilevando il tipo di uso che gli psicologi e i terapeuti fanno dei Social Network e il tipo di influenza che questo potrebbe avere sulle relazioni con i pazienti e con gli altri professionisti. Gli autori, quindi, forniscono delle raccomandazioni per minimizzare i rischi legati all'etica professionale e sfruttare al meglio le opportunità date dalle nuove tecnologie.

Social Network e auto-svelamento

I Social Network danno la possibilità di entrare e rimanere in contatto con amici e colleghi. Contemporaneamente, attraverso i Social Network, colleghi, pazienti e allievi potrebbero venire a conoscenza di informazioni personali che il professionista non desiderava condividere. Secondo Lehavot, Barnett e Powers questa situazione crea una lunga serie di dilemmi per i professionisti della salute mentale. Certo è che Internet ha ridefinito il processo di auto-svelamento (ad es. Zur, Williams, Lehavot e Knapp, 2009) e che questo non può essere ignorato dalla nostra categoria.

Cosa fanno gli psicologi sui Social Network?

Lehavot, Barnett e Powers hanno intervistato 302 psicologi americani, in formazione post-universitaria e afferenti all'APA (American Psychological Association), riguardo le loro attività online. L'81% degli intervistati ha dichiarato di avere un profilo su un Social Network (Facebook, MySpace, Friendster, Twitter, ecc...). La maggior parte di loro ha ritenuto opportuno utilizzare delle restrizioni per l'accesso alle proprie informazioni personali, ma una buona percentuale (il 15% degli utenti di MySpace, il 34% di quelli di Facebook e il 21% degli utenti di altri siti) non ha posto nessun vincolo. Solo una piccola percentuale degli intervistati ha dichiarato di aver postato foto o materiale che non avrebbe voluto mostrare ai propri compagni di corso, ma la percentuale cresce fino al 37% se si prendono in considerazione i clienti invece dei colleghi.

Implicazioni per la pratica clinica

Attraverso lo stesso sondaggio, gli autori hanno esaminato il modo in cui Internet influenza le relazioni che gli specializzandi in psicoterapia hanno con i loro clienti. In nessun'altra professione la questione della privacy e dell'auto-svelamento del professionista è così tanto importante, ma in psicoterapia il terapeuta stesso è uno strumento e il rapporto tra clinico e paziente è la chiave per il cambiamento. I tre ricercatori hanno quindi chiesto agli specializzandi:

  • se un cliente li aveva mai informati d'aver ottenuto online informazioni su di loro,
  • se loro stessi avevano cercato online informazioni su un cliente
  • e, in caso affermativo, quale influenza avevano avuto queste esperienze sulla relazione terapeutica. 

Quando il cliente ti spia online

Il 7% degli specializzandi intervistati ha riferito che almeno un cliente gli ha confessato d'aver cercato online informazioni sul professionista. Le motivazioni riferite dai clienti sono varie e diverse, ma tutte sembrano convergere nell'area della curiosità verso il terapeuta. I clienti possono cercare il clinico su Google e leggerne gli articoli e le pubblicazioni, possono mandargli una richiesta d'amicizia su Facebook o anche intrufolarsi tra i suoi contatti. Secondo gli autori, ognuno di questi comportamenti, se riferito dal cliente, può essere proficuamente contestualizzato ed elaborato all'interno della terapia.

Innanzitutto è bene tener presente che, soprattutto tra le nuove generazioni, è ormai diffusa l'abitudine di cercare su Internet informazioni sanitarie riguardanti patologie, medici e trattamenti (Fox, 2005). Questa modalità di ricerca si estende anche agli psicologi e ai terapeuti, di cui si cercano i lavori, le indicazioni sull'orientamento e le credenziali e non può essere considerata un'intrusione nel proprio privato.

Mentre parte del comportamento online dei clienti può essere collegato a temi come la fiducia, la relazione e i confini, ci sono esasperazioni di questo comportamento che possono calpestare il diritto del clinico alla privacy e alla sicurezza. Ad esempio un cliente potrebbe accedere online alla data di nascita del terapeuta, al suo indirizzo, ai suoi recapiti privati e usare in modo invadente e improprio queste informazioni. Secondo Lehavot, Barnett e Powers, questo sottolinea l'esigenza di rimanere attenti a ciò che mettiamo online e di essere consapevoli di ciò che è disponibile al di fuori della nostra volontà (Zur, 2008).

Quando il terapeuta spia il cliente

Il 27% degli specializzandi intervistati da Lehavot e colleghi ha dichiarato di aver cercato informazioni online sui propri clienti, anche attraverso i Social Network. Il rischio è che i giovani terapeuti possano cercare informazioni sui clienti in modo automatico, senza interrogarsi criticamente sui correlati clinici ed etici. Molti giovani laureati sono cresciuti con Internet, che è stato sempre parte del loro mondo e della loro quotidianità, potrebbero quindi non essere consapevoli riguardo alla potenziale influenza di questo comportamento sulla relazione con il cliente. 

Come per i clienti, una prima motivazione che spinge i terapeuti a spiare online i propri clienti è la curiosità. Al di là di questo, un tema comune è stato quello di stabilire "la verità", studiando i profili sui Social Network, le foto e i gli amici. In questi casi, lo psicoterapeuta sembra mettere in dubbio la veridicità di quanto raccontato dal cliente. Tale comportamento non consente al cliente di fornire il proprio consenso informato e di esplorare i propri vissuti e la propria realtà con l'aiuto del terapeuta. Acquisire materiale che il cliente non vuole o non è ancora pronto a mettere in gioco potrebbe influenzare negativamente la relazione, potrebbe ad esempio modificare la percezione che il terapeuta ha del cliente, oppure, se scoperto, potrebbe essere vissuto dal cliente come un'intrusione o un tradimento.

Diverso è il caso in cui i profili dei Social Network vengano visitati in accordo con il cliente. Le cose che si possono osservare insieme sono molte: le foto che si pubblicano, il modo in cui ci si racconta agli altri, le incongruenze tra ciò che si dice in terapia e ciò che si dice online. Se fatto in maniera franca e aperta, lo psicoterapeuta è in grado di utilizzare le informazioni per aiutare il cliente a raggiungere i propri obiettivi terapeutici.

Infine, alcuni psicoterapeuti hanno distinto tra il cercare informazioni su clienti attuali e l'indagare i profili Internet dei clienti non più in terapia. Attraverso i Social Network, alcuni terapeuti osservano il modo in cui i vecchi clienti continuano la loro vita, i loro sviluppi e il loro stato di benessere. Secondo gli autori, in questi casi è importante tener presente che i vecchi clienti potrebbero decidere di tornare in terapia e che le informazioni raccolte durante l'interruzione potrebbero influenzare la nuova relazione terapeutica (Barnett, 2008b).

Psicoterapie nell'era di Internet

Internet è ampiamente utilizzato dagli psicologi e dagli psicoterapeuti, è quindi importante sviluppare delle linee guida professionali sul suo uso. 

Innanzitutto Internet ha cambiato il concetto di auto-svelamento, rendendo più facile accedere alle informazioni personali dei professionisti. Secondo gli autori, l'auto-svelamento online deve essere ragionato e effettuato con cautela dagli psicologi e dai terapeuti. Come è stato evidenziato, molti clienti possono avere accesso immediato a informazioni personali condivise attraverso Internet da parte dei loro psicoterapeuti. Lehavot, Barnett e Powers consigliano pertanto di utilizzare il massimo livello di sicurezza nel proteggere la propria privacy online. Dobbiamo sempre ricordare che, anche se i materiali postati online possono essere eliminati, altre persone potrebbero averli visti o acquisiti. Alcuni clienti potrebbero utilizzare degli pseudonimi per accedere ai profili dei loro terapeuti o potrebbero essere in grado di bypassare le impostazioni di sicurezza. Anche gli studenti dovrebbero considerare che quello che pubblicano nel presente, potrebbe essere ancora disponibile nel futuro.

Un'ulteriore questione riguarda le richieste d'amicizia online fatte dai clienti e dagli ex-clienti. Tali richieste sono ormai comuni, dato che per molte persone questo è un modo primario di tenersi in contatto. Ogni psicologo dovrebbe considerare queste richieste di amicizia nel contesto del proprio ruolo professionale, tenendo conto del potenziale impatto sul cliente e trattando la questione all'interno delle sedute. 

La stessa cautela va utilizzata per quanto riguarda l'accesso alle informazioni online del cliente da parte del terapeuta. Gli autori spingono a riflettere sulle possibili conseguenze nocive dell'invadere il privato del cliente senza che questi ne sia consapevole. Gli psicologi hanno il dovere etico di favorire delle relazioni di fiducia con le persone con cui lavorano. Anche se i clinici potrebbero pensare che le informazioni pubbliche non sono riservate, va sempre considerato che il cliente potrebbe non avere la capacità informatica di proteggere la sua privacy.

Diverso è il caso in cui si ottenga il consenso, se non anche l’esplicita richiesta, del cliente. In questo modo l'esplorazione del profilo potrebbe essere utile ai fini terapeutici e potrebbe arricchire la coppia terapeutica.

Alcune linee guida

Barnett (2008b) fornisce le seguenti raccomandazioni per un uso etico e clinicamente appropriato dei Social Network da parte degli psicologi e degli psicoterapeuti:

  • soppesare con attenzione a chi concedere l'accesso ai propri dati personali;
  • considerare l'uso di una qualche forma di restrizione all'accesso al proprio profilo online, ad esempio lasciando accedere solo gli amici o registrandosi con uno pseudonimo;
  • tenere a mente che qualsiasi cosa si condivide online potrebbe essere disponibile a numerosi individui e potrebbe non essere possibile cancellarla.
  • considerare le relazioni online simili a quelle di persona, non trascurare quindi la potenziale influenza che possono avere sul ruolo professionale;
  • non accedere ai dati personali dei clienti senza aver prima ottenuto il loro permesso;
  • utilizzare il codice deontologico e la consultazione con i colleghi per guidare il processo decisionale online;
  • creare una propria politica per l'uso dei Social Network e condividerla chiaramente con i clienti.

Ulteriori indicazioni sono fornite da Lehavot (2007), che raccomanda di porsi le seguenti domande prima di effettuare delle comunicazioni su Internet:

  • quali sono i costi e i benefici del condividere l'informazione?
  • è probabile che i clienti ne saranno influenzati negativamente?
  • in che modo questa forma di auto-svelamento potrebbe influire sul rapporto con i clienti?
  • questo auto-svelamento potrebbe minacciare la mia credibilità come psicologo o psicoterapeuta?

Bibliografia

Barnett, J. E. (2008a, August). MySpace, YouTube, psychotherapy, and professional relationships: Crisis or opportunity? Symposium presented at the 116th Annual Convention of the American Psychological Association, Boston, MA.

Fox, S. (2005). Health information online. Washington, DC: Pew Internet and American Life Project.

Lehavot, K. (2007). “MySpace” or yours? The ethical dilemma of graduate students’ personal lives on the Internet. Presentation at the Annual Convention of the American Psychological Association, San Francisco, CA.

Zur O., Williams M. H., Lehavot K., Knapp S. (2009) Psychotherapist self-disclosure and transparency in the Internet age. Professional Psychology: Research and Practice, 40, 1.

Zur, O. (2008). The Google factor: Therapists’ self-disclosure in the age of the Internet. Independent Practitioner, 28, 82–85.

Pubblicato il 16/11/2010 alle ore 11:50

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