Psicologi, privacy e Internet

Zur O., Williams M. H., Lehavot K., Knapp S. (2009) Psychotherapist self-disclosure and transparency in the Internet age. Professional Psychology: Research and Practice, 40, 1.

 

Internet ha modificato la natura dell’auto-svelamento e della trasparenza dello psicoterapeuta. Zur, Williams, Lehavot e Knapp si occupano di questa questione in un recente articolo pubblicato sulla rivista dell'APA "Professional Psychology: Research and Practice".

L’auto-svelamento (self-disclosure) in psicoterapia è definito come la rivelazione di informazioni personali, piuttosto che professionali, fatta da un terapeuta al proprio cliente. In generale, quando le informazioni fornite al cliente oltrepassano le informazioni di base, come nome, contatti e credenziali, si comincia a parlare di auto-svelamento (Farber, 2006; Stricker & Fisher, 1990; Zur, 2007).

Il tema della trasparenza dello psicoterapeuta, nell’articolo di Zur, Williams, Lehavot e Knapp, si riferisce all’insieme delle informazioni disponibili al cliente riguardo al terapeuta, senza considerare come il cliente le abbia ottenute. Internet, infatti, ha modificato la natura dell’auto-svelamento e della trasparenza in psicoterapia.

L’articolo passa in rassegna i diversi tipi di auto-svelamento possibili per uno psicoterapeuta, specificando come il significato dell’auto-svelamento possa essere compreso solo nel contesto terapeutico e possa essere utilizzato a beneficio del cliente.

Alcuni esempi di auto-svelamento

L’auto-svelamento degli psicoterapeuti può essere intenzionale o involontario, deliberato o accidentale, verbale o non verbale, evitabile o inevitabile. Per mostrare la varietà dell’auto-svelamento, gli autori portano ad esempio una serie di casi possibili:

  • Uno psicologo rivela a un cliente che ha sperimentato l'ideazione suicidaria.
  • Uno psicologo annuncia ai suoi clienti che subirà un intervento cardiaco nel prossimo mese.
  • Un cliente nota che la sua psicoterapeuta è incinta.
  • Mentre fa la spesa con la sua famiglia, uno psicologo incappa in un suo cliente.
  • Uno psicoterapeuta esce nudo dalla doccia della palestra e si trova faccia a faccia con un suo cliente, anch’egli nudo.
  • Un cliente dice al suo psicologo che ha trovato online il suo indirizzo di casa.
  • Un cliente dice al suo psicologo che ha visto un filmato in cui il professionista era ripreso mentre nuotava al mare.

Tipi di auto-svelamento

Auto-svelamento volontario

Con l’auto-svelamento volontario ci si riferisce alla rivelazione intenzionale di informazioni personali a livello verbale e non verbale. Ad esempio un clinico può dire al cliente la propria età o il proprio stato civile, oppure può porre la fotografia della propria famiglia o simboli religiosi nello studio.

Un’altra forma di auto-svelamento volontario è correlato alla costruzione di pagine Web che riportano la propria formazione e attività professionale.

Auto-svelamento inevitabile

L’auto-svelamento inevitabile non è né volontario né accidentale. L’auto-svelamento inevitabile riguarda aspetti quali l’apparenza, il genere, il modo di ridere, il gusto (Bloomgarden & Mennuti, in press; Farber, 2006; Stricker & Fisher, 1990), l’acconciatura, l’uso del trucco, il portare o il non portare la fede (Barnett, 1998; Zur, 2007) e così via. Si tratta, quindi, di questioni che riguardano la vita di tutti i giorni ed il proprio modo di essere.

Auto-svelamento accidentale

L’auto-svelamento accidentale include evenienze non pianificate, come una risposta emotiva alle affermazioni di un cliente o il semplice incontrarsi, casualmente, in un luogo pubblico.

Proprietà dell’auto-svelamento

L’auto-svelamento dello psicoterapeuta può essere appropriato, benigno o inappropriato.

Gli auto-svelamenti appropriati sono guidati dall’esperienza clinica del terapeuta e tengono conto del benessere del cliente. Esempi potrebbero essere quelli di rivelare al cliente d’avere un figlio adolescente o d’aver perso un genitore.

Gli auto-svelamenti benigni si riferiscono ad un’ampia gamma di rivelazioni deliberate o involontarie, evitabili o inevitabili, come il colore della pelle, l’accento, l’arredamento dello studio. Sono parte della normale esistenza umana, ma assumono spesso un significato clinico di cui il terapeuta deve tener conto.

Gli auto-svelamenti inappropriati sono quelli che rispondono alle esigenze del clinico, piuttosto che a quelle del paziente. Un esempio può essere quello di un terapeuta appena divorziato che discute le sue emozioni con il proprio cliente per ottenere empatia e supporto. In questo modo il cliente è investito da informazioni non necessarie che possono invertire i ruoli nella relazione (Gutheil & Gabbard, 1993; Knox et al., 1997; Stricker & Fisher, 1990; Zur, 2007).

Auto-svelamento e contesto

Il significato dell’auto-svelamento può essere compreso solo all’interno del contesto clinico (Lazarus & Zur, 2002; Younggren & Gottlieb, 2004). Rivelazioni che sono appropriate coi bambini o in terapia di gruppo, potrebbero non esserlo con gli adulti in terapie individuale. Inoltre l’orientamento teorico, la cultura e lo stile del terapeuta sono spesso delle determinanti dell’uso dell’auto-svelamento.

Il fattore Google: la trasparenza del terapeuta ricercata dal cliente

La letteratura scientifica si è già interessata a casi in cui dei clienti curiosi hanno indagato sulla vita privata dei loro terapeuti. Internet, però, ha enormemente esteso la possibilità di acquisire informazioni riguardo ad una persona. Infatti, Internet oscura la linea tra ciò che è personale e ciò che è professionale, come pure tra auto-svelamento e trasparenza. Con un semplice click, possono essere indagate le vite di molti psicoterapeuti.

Negli ultimi anni è emersa una nuova cultura del consumatore nell’ambito clinico: molti di quelli che chiamiamo abitualmente clienti o pazienti, vedono se stessi come dei consumatori. Questi consumatori, nell’ottica di prendersi cura del proprio benessere, ricercano l’assoluta trasparenza in chi si prende cura di loro. In linea con questi sviluppi, molti clinici si costruiscono dei siti Web professionali, che spesso includono informazioni private. In un’ottica “pubblicitaria”, le informazioni personali fanno apparire come accessibili e vicini al consumatore che, da parte sua, diventa sempre più selettivo nelle proprie scelte (Zur, 2008).

Zur, Williams, Lehavot e Knapp descrivono sei livelli di ricerca online su uno psicoterapeuta.

Al primo livello di ricerca online c’è la visita dei siti Web professionali. Di per sé, creare un sito, può essere un buon modo per promuoversi come professionista. Questi siti, però, spesso non si limitano a riportare i diplomi e gli attestati del clinico, ma offrono foto, liste di hobby e altre informazioni personali. Presentare se stessi come amichevoli e disponibili, infatti, è una strategia di base del marketing online.

Il secondo livello si ha quando un cliente interroga un motore di ricerca (tipo Google) riguardo al proprio (o al potenziale) psicoterapeuta. Questo comportamento è ormai comune per ogni tipo di consumo, perché utile a raccogliere informazioni. In questo modo, però, è facile trovare articoli, post, partecipazioni a congressi, foto o altro materiale messo online dal clinico o postato da qualcun altro a sua insaputa.

Il terzo livello di ricerca di informazioni online su uno psicoterapeuta si ha attraverso i Social Network, come Tribe.net, Facebook o MySpace. I clienti estremamente curiosi possono “diventare amici online” del proprio clinico usando un falso nome, venendo così a conoscenza di importanti informazioni personali.

Il quarto livello riguarda il partecipare, da parte del clinico, a chat, forum o discussioni online. I clienti possono inserirsi anonimamente in questi contesti senza alcuna difficoltà. In questo modo il cliente può leggere i post del proprio psicoterapeuta e, nel caso di dibattiti professionali, venire a conoscenza di dettagli sul proprio processo terapeutico o su quello di altri clienti.

Gli ultimi due livelli di ricerca online descritti da Zur, Williams, Lehavot e Knapp riguardano soprattutto la realtà statunitense e sono distanti dalla nostra cultura. Il quinto livello identificato, infatti, si ha quando il cliente paga un esperto per scoprire delle informazioni online che riguardano il proprio terapeuta. Si tratta di una pratica legale che dà accesso a documenti di divorzio, stati di famiglia, indirizzi e precedenti penali.

Il sesto ed ultimo livello è quello più intrusivo. Si tratta dell’assumere società specializzate nel condurre accurate, anche se illegali, ricerche via Internet, volte a raccogliere informazioni finanziarie, informazioni sulle tasse, tabulati e chiamate telefoniche e così via.

Conclusioni

Il sentirsi dei consumatori, piuttosto che clienti, utenti o pazienti, ha creato un’aspettativa di trasparenza, da parte dei clienti, sui professionisti della salute. La tecnologia digitale, secondo Zur, Williams, Lehavot e Knapp, ha però incrementato eccessivamente la trasparenza degli psicoterapeuti. I clinici devono essere consapevoli che tutti i loro post, blog, chat o foto online potrebbero essere visti dai clienti.

Gli autori consigliano di verificare periodicamente la propria presenza online, cercando il proprio nome attraverso un motore di ricerca e verificando i risultati. Un modo semplice per compiere questo monitoraggio della propria presenza su Internet è quello di utilizzare il servizio Google Alert, grazie al quale si viene avvisati automaticamente ogni qualvolta un termine prescelto compare su una nuova pagina Web.

Quando i clienti intrudono nella vita privata del clinico, questi deve considerarne le implicazioni cliniche, etiche, deontologiche e legali. Se necessario, va consultata la propria associazione professionale (nel caso italiano, l’Ordine degli Psicologi) e gli esperti nel campo. Rimuovere materiale inappropriato dalla Rete può essere molto difficile e può necessitare di apposita assistenza.

L’effetto di Internet sull’auto-svelamento e sulla pratica clinica deve ancora essere pienamente compreso, nel frattempo è consigliabile avere la massima cura della propria privacy.

Bibliografia

Barnett, J. E. (1998). Should psychotherapists self-disclose? Clinical and ethical considerations. In L.VandeCreek, S.Knapp, & T.Jackson (Eds.), Innovations in clinical practice: A source book (Vol. 16, pp. 419–428). Sarasota, FL: Professional Resource Exchange.

Bloomgarden, A., & Mennuti, R. B. (Eds). (In press). Psychotherapist revealed: Therapists speak about self-disclosure. New York: Brunner-Routledge.

Farber, B. (2006). Self-disclosure in psychotherapy. New York: Guilford Press.

Gutheil, T. G., & Gabbard, G. O. (1993). The concept of boundaries in clinical practice: Theoretical and risk-management dimensions. American Journal of Psychiatry, 150, 188–196.

Knox, S., Hess, S. A., Petersen, D. A., & Hill, C. E. (1997). A qualitative analysis of client perceptions of the effects of helpful therapist self-disclosure in long-term therapy. Journal of Counseling Psychology, 44, 274–283.

Lazarus, A. A., & Zur, O. (Eds.). (2002). Dual relationships and psychotherapy. New York: Springer.

Stricker, G., & Fisher, M. (Eds.). (1990). Self-disclosure in the therapeutic relationship. New York: Plenum Press.

Younggren, J. N., & Gottlieb, M. C. (2004). Managing risk when contemplating multiple relationships. Professional Psychology: Research and Practice, 35, 255–260.

Zur, O. (2007). Boundaries in psychotherapy: Ethical and clinical explorations. Washington, DC: American Psychological Association.

Zur, O. (2008). The Google Factor: Therapists' self-disclosure in the age of the Internet: Discover what your clients can find out about you with a click of the mouse. The Independent Practitioner, 28, 83–85.

Pubblicato il 05/05/2009 alle ore 19:53

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